Zara non possiede praticamente nessuna fabbrica tessile di proprietà. Il gruppo spagnolo Inditex, casa madre del marchio, si basa su una rete di oltre 1.700 fornitori diretti distribuiti in una cinquantina di paesi, mobilitando in totale più di 8.000 fabbriche. Questa architettura esternalizzata, gestita dalla Galizia, costituisce la base di un modello di produzione che il gruppo protegge attraverso una cultura del segreto dichiarata.
Accordo quadro con IndustriALL: una trasparenza a condizioni
Un aspetto raramente trattato nei ritratti dedicati a Zara riguarda la mappatura delle sue fabbriche. Esiste una lista completa dei siti di produzione, ma non è pubblicata. Inditex la condivide solo con la federazione sindacale internazionale IndustriALL Global Union, nell’ambito di un accordo quadro di lunga data.
Questo dispositivo consente a IndustriALL di effettuare verifiche sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche interessate. In cambio, il grande pubblico, le ONG indipendenti e i giornalisti non hanno accesso ai dettagli fabbrica per fabbrica. Il gruppo comunica dati aggregati (numero di fornitori, numero di paesi), senza scendere al livello di ogni singolo laboratorio di confezione.
Per comprendere meglio la produzione dei vestiti Zara, è quindi necessario incrociare le dichiarazioni ufficiali di Inditex con le banche dati industriali e le indagini sul campo condotte da ONG come EarthSight o da media d’inchiesta.

Mega-fornitori tessili: i subappaltatori che vestono più marchi contemporaneamente
Zara non lavora con migliaia di piccoli laboratori artigianali. Il modello si basa in gran parte su piattaforme manifatturiere di grande capacità, in grado di produrre simultaneamente per diversi giganti della fast fashion.
Tra i nomi che ricorrono nelle banche dati industriali:
- SiATEX, in Bangladesh, che produce per Zara ma anche per altri marchi internazionali di prêt-à-porter.
- Eastman Exports, in India, gruppo tessile integrato (dal filo al capo finito) che lavora con diversi marchi del segmento fast fashion.
- Zeriatex, situato in Turchia e Polonia, le cui capacità produttive coprono sia il denim che il jersey.
Questa concentrazione su mega-fornitori multi-marchi ha una conseguenza diretta: le stesse fabbriche cuciono per Zara e per i suoi concorrenti. Il capo Zara e il capo di un marchio rivale possono uscire dallo stesso laboratorio, sulla stessa linea di produzione, con differenze limitate al modello e all’etichettatura.
Questa mutualizzazione riduce i costi unitari e accelera i tempi, ma diluisce anche la responsabilità. Quando scoppia uno scandalo in una fabbrica, diversi marchi sono coinvolti, e ognuno può puntare il dito verso l’altro.
Cotone e deforestazione in Brasile: la materia prima sotto inchiesta
La questione non si ferma alle fabbriche di confezione. L’ONG britannica EarthSight ha tracciato la catena di valore del cotone utilizzato in alcuni vestiti Zara, dalle piantagioni della savana del Cerrado in Brasile fino agli scaffali europei.
Il Cerrado, secondo bioma del Brasile dopo l’Amazzonia, viene convertito rapidamente in terre agricole. Il cotone vi è coltivato su scala industriale, e una parte di questa produzione finisce nelle filature asiatiche che riforniscono Inditex.
Il problema normativo è preciso: il cotone non è coperto dalla legislazione europea sulla deforestazione importata. Questa normativa riguarda la soia, il manzo, l’olio di palma, il legno, il cacao, il caffè e la gomma, ma non le fibre tessili. Il cotone sfugge quindi agli obblighi di tracciabilità imposti agli importatori europei.

EarthSight ha inoltre dimostrato che cotone certificato “sostenibile” da etichette riconosciute proveniva da fattorie coinvolte nella deforestazione. La certificazione non garantisce l’assenza di impatto ambientale, il che solleva interrogativi sulla affidabilità degli impegni dichiarati dai marchi.
Gestione dalla Galizia: il centro nevralgico di Arteixo
La particolarità di Inditex rispetto ad altri gruppi tessili risiede nella centralizzazione estrema della sua catena logistica. La sede operativa si trova ad Arteixo, comune della periferia di La Coruna, in Galizia. I team di design, i servizi di acquisto e il centro logistico principale sono concentrati lì.
Questa scelta, mantenuta sin dalla fondazione del marchio nel 1975 da Amancio Ortega e Rosalia Mera, non è affatto aneddotica. La prossimità fisica tra creatori, acquirenti e logistici consente di ridurre il ciclo tra il disegno di un modello e la sua messa in vendita a poche settimane, mentre il ciclo classico del tessile si conta in mesi.
I fornitori più reattivi si trovano in Spagna, Portogallo, Turchia e Marocco, a pochi giorni di trasporto dal hub galiziano. Le produzioni a rotazione più bassa (basi, pezzi semplici) partono per l’Asia, dove i costi della manodopera rimangono più bassi. Questo doppio circuito, geograficamente segmentato in base alla velocità di rinnovo delle collezioni, è il fulcro centrale del modello fast fashion di Inditex.
Il mercato europeo rappresenta la parte dominante del fatturato di Zara. La logistica dalla Galizia, supportata da una rete stradale e aerea dedicata, rifornisce migliaia di negozi in tutto il mondo con riassortimenti frequenti.
Ciò che distingue Zara dai suoi concorrenti non è quindi né il prezzo dei tessuti né il costo della manodopera, ma la velocità di esecuzione e il controllo delle informazioni. Il gruppo produce poco in proprio, subappalta massicciamente, condivide i suoi dati sui fornitori con un solo interlocutore sindacale e mantiene un livello di riservatezza che complica ogni verifica indipendente esaustiva.



